Quanto conta l’informazione nell’orientare il comportamento dei cittadini? L’informazione mette i cittadini in grado di giudicare con consapevolezza l’operato dei politici?Non c’è nessun intento retorico nel riproporre due domande che sono alla base del rapporto fra informazione e società. Non è infatti per fare accademia che le abbiamo formulate, ma per denunciare il perdurare dello scollamento fra quanto avviene nella realtà, soprattutto se si tratta di notizie economiche, e la rappresentazione che ne riceviamo in casa attraverso i media.Se poi di mezzo ci sono i conti pubblici, dallo scollamento si passa all’oscuramento.
Per correttezza bisogna aggiungere che il problema non è di oggi, ma di lunghissima data.Oggi diventa più grave perché dopo tanta colpevole disattenzione di tutto il corpo sociale, cioè politici, mezzi di informazione e cittadini, c’era da sperare in un minimo di ripensamento a fronte dei prezzi che stiamo ancora pagando per i guai del passato e per quelli che saremo chiamati a pagare in futuro, visto che alcuni fenomeni si stanno riproponendo in dimensioni molto simili a quelle degli anni della spesa facile. Anche se allora erano provocati dall’euforia incosciente delle “Milano da bere” ed al momento sono invece imposti dalla mestizia della crisi. Stiamo parlando soprattutto del debito pubblico. Per anni questa definizione di “pubblico”, in assenza di ulteriori spiegazioni del fenomeno (ecco la responsabilità dell’informazione), ha lasciato credere agli italiani che il “ debito” non li riguardasse.
Come se non fossero le imposte che gravavano sulle loro tasche a pagare gli interessi che lo tenevano in piedi e lo rinnovavano. Il debito pubblico italiano che all’inizio degli anni ottanta copriva il 57 per cento del Pil, alla fine del 1994 era cresciuto al 124 per cento della ricchezza prodotta in un anno dal Paese. Un balzo simile sarebbe stato possibile se gli italiani avessero capito, se fossero stati ben informati, con quale palla di piombo stavano appesantendo il cammino futuro dei loro figli? Che fine hanno fatto quei politici che allora dicevano “poco male, tanto è un debito che lo Stato ha con gli italiani?” Qualcuno siede ancora sugli scranni del Senato. Inoltre quei politici non dicevano nemmeno il vero, perché il 25 per cento di quel debito, già a quei tempi, era in mani straniere (oggi questa percentuale è molto più alta)E poi che volevano intendere con quel: “non vi preoccupate, tanto è un debito tutto fra italiani”? Sarebbe stato forse possibile consolidarlo, cioè dare una stangata ai tanti italiani che possedevano Bot? Evidentemente no. Anche se allora c’era chi lo proponeva. Come l’economista, a quei tempi deputato, Luigi Spaventa che ancora pontifica sui giornali, Morale, attualmente lo Stato italiano paga 77 miliardi di euro ogni anno per gli interessi sul debito.Se solo fossimo riusciti a liberarci di un terzo di quella palla al piede che ci trasciniamo senza speranza (i belgi lo hanno fatto) avremmo più di 23 miliardi di euro ogni anno da poter destinare a scuole, ospedali, infrastrutture, sostegno alle imprese, o alla riduzione le tasse.
E invece che dobbiamo sentire? Questo è quanto abbiamo ascoltato dal giornale radio di Rai Uno delle 8 del mattino, martedì 5 maggio: “Secondo le previsioni diffuse ieri da Bruxelles, il Pil italiano nell’anno in corso scenderà del 4,4 per cento. Il deficit annuale punta la 4,5. Il debito pubblico salirà oltre il 116 per cento”. Quattro cifre buttate lì, senza alcun commento. Senza uno straccio di servizio per spiegarci a quanti posti di lavoro persi, a quante imprese chiuse, corrisponde uno scivolone del 4,4 del Pil.Per ricordarci quanto dovremo sottrarre da stipendi, infrastrutture, aiuti ai giovani, poiché costretti a far fronte a quel pagamento in più degli interessi dovuti per un debito pubblico che risale al 116 per cento.Se è così che viene scodellata la realtà agli italiani, non è certo per amore di polemica che ci si deve chiedere: a che cosa serve l’informazione?.


